Signor Aerni, il CCRS ha stabilito la procedura seguita dalla giuria per l’assegnazione del Family Business Award. Ci può spiegare com’è strutturata la procedura di valutazione?

È stato il mio predecessore a sviluppare la procedura di valutazione e assegnazione del premio. Al Family Business Award si candidano sempre imprese di alto calibro provenienti da tutta la Svizzera. Il primo incontro della giuria ha luogo in primavera. In questa occasione vengono discussi i dossier che soddisfano tutti i requisiti. Da questo primo incontro vengono selezionati tre o quattro finalisti, che in estate ricevono la visita personale della giuria. In base a queste visite viene identificata l’impresa vincitrice, che viene incoronata a settembre in occasione di una cerimonia di premiazione.

Quali sono gli aspetti di cui la giuria tiene particolarmente conto nella valutazione?

Deve trattarsi in ogni caso di un’impresa familiare gestita almeno dalla seconda o terza generazione.
In caso di holding deve essere ben evidente la coesione familiare. Ad esempio non è consentito che la holding sia suddivisa tra fratelli che non hanno più nulla a che fare l’uno con l’altro. Inoltre teniamo in considerazione in che modo l’impresa familiare si prepara per il futuro e quali innovazioni con effetti di sostenibilità positivi sono state poste in essere. Infine viene ovviamente anche analizzata la situazione finanziaria. La parte più difficile nella valutazione è la ponderazione di tutti gli aspetti.

Philipp Aerni, direttore del centro per la responsabilità e la sostenibilità imprenditoriale (CCRS) dell’Università di Zurigo

Lei stesso è membro della giuria del Family Business Award. Che cosa significa per lei personalmente sostenibilità imprenditoriale?

Sostenibilità imprenditoriale significa in primo luogo essere orientati al futuro. Un’impresa dovrebbe essere preparata al cambiamento e aver sviluppato un’interpretazione dinamica del concetto di sostenibilità. Perché la percezione della sostenibilità si trasforma continuamente. Ciò che era considerato sostenibile negli anni ’70 oggi non lo è più in molti settori. È quindi importante considerare la sostenibilità non come una questione di fede, cosa che viene suggerita soprattutto nel marketing del biologico e del commercio equo-solidale. Le prime etichette di prodotti biologici sono nate negli anni ’80 e da allora non si sono quasi per nulla evolute, perché il termine «Bio» deve in primo luogo segnalare ai consumatori che con l’acquisto essi contribuiscono a rendere il mondo più sostenibile e a salvaguardare la loro salute. Che alla luce delle attuali conoscenze scientifiche questo requisito sia ancora pertinente è alquanto dubbio, ma in fondo irrilevante, perché in primo piano c’è la tanto gradevole quanto ambigua sensazione di aver fatto qualcosa di buono. Ne è nato anche un modello commerciale da cui la grande distribuzione stenta a staccarsi. La sostenibilità però è più una questione di innovazione che di marketing. Si tratta di rendere più sostenibili i mercati di massa e non limitarsi a creare mercati di nicchia riservati ai consumatori più abbienti.

La sostenibilità intesa come strategia ha un futuro?

In politica e in economia la sostenibilità è diventata un concetto difensivo. Si vuole conservare e proteggere, ma non cambiare. Perché i cambiamenti nascondono rischi, e i rischi non sono sostenibili. Tuttavia i cambiamenti arrivano comunque, non possiamo congelare il tempo. Noi del CCRS vediamo nei cambiamenti un’opportunità e cerchiamo di promuovere una nuova mentalità sostenibile, contestualizzata e dinamica. Già nel 19° secolo la Svizzera si è confrontata con grandi problemi di carattere sociale ed ecologico. Se le cose oggi vanno meglio dipende dal fatto che allora i problemi si potevano effettivamente superare con l’innovazione, gettando così le basi per un futuro sostenibile. Le generazioni attuali continuano a trarre beneficio da quello che hanno fatto i nostri predecessori e, prima o poi, dovremo chiederci se vogliamo effettivamente creare un mondo migliore per i nostri posteri limitandoci a regolamentare il cambiamento anziché forgiarlo in maniera imprenditoriale.

Quali sono i valori imprenditoriali che hanno contraddistinto finora i vincitori del premio? Esiste un denominatore comune?

Nel caso del gruppo Rouvinez di Sierre, operante nel settore vinicolo, siamo stati affascinati dal modo in cui la famiglia impiega le tecnologie moderne per fungere in un certo senso da azienda di servizi per i piccoli viticoltori vallesani, i quali la riforniscono delle loro uve. L’azienda mette a disposizione dei propri viticoltori strumenti e dati che migliorano la qualità dei loro prodotti agricoli e di conseguenza incrementano il loro reddito. Questo modello commerciale, in grado di ottimizzare lo sfruttamento delle risorse e portare competitività al settore agricolo strutturato in piccole aziende, è proiettato verso il futuro ed è la via da seguire anche per un’agricoltura svizzera che punti alla sostenibilità economica.

La ditta Wyon di Appenzello mi ha entusiasmato perché sa unire il radicamento regionale all’orientamento globale. La famiglia si impegna molto nella regione, crea posti di lavoro e con le sue batterie per apparecchi acustici dai costi contenuti riesce anche a entrare sul mercato mondiale. Qui i valori svizzeri vengono vissuti quotidianamente e l’etica «calda» cui si fonda la cultura aziendale – che si occupa concretamente dei problemi dei suoi collaboratori, delle loro famiglie e dei clienti e va incontro alle mutevoli esigenze di questi ultimi – si contrappone all’«etica fredda» che spesso sperimentano i consumatori di marchi sostenibili, i quali fanno più appello all’ego che al benessere comune.

La FRAISA SA di Bellach (Soletta) ha investito nel futuro acquistando strumenti di precisione e allo stesso tempo ha definito in modo esemplare e pragmatico la successione ai vertici dell’impresa. Con una decisione del tutto atipica, la famiglia fondatrice dell’azienda ha in un certo senso «adottato» il proprio brillante manager, facendone un co-proprietario e affidandogli le future redini dell’azienda. È una scelta oculata, perché la crescita a lungo termine dell’azienda non dovrebbe essere compromessa dalla mancanza di un successore motivato all’interno della famiglia.

Della Jucker Farm dell’Oberland zurighese ho sentito molto parlare, ma ero un po’ scettico perché veniva inneggiata molto spesso nei media. Dopo aver visitato l’azienda a Seegräben, però, mi sono convinto. I fratelli Jucker sono imprenditori innovativi, diversificano ed espandono la loro azienda. Hanno vissuto alti e bassi e hanno reclutato professionisti per colmare le competenze mancanti. Gli Jucker sono un esempio di come in agricoltura sia possibile fare impresa con successo senza nuocere all’ambiente, senza attingere ai pagamenti diretti e nonostante tutte le resistenze e le regolamentazioni. È un eccellente esempio di operato sostenibile.

Tutti i vincitori hanno in comune lo stretto radicamento alla propria regione. Allo stesso tempo hanno un orientamento sovraregionale, se non addirittura globale.

Il logo del Family Business Award

Ci racconta un momento particolare vissuto finora nell’ambito del Family Business Award?

Sicuramente la cerimonia di premiazione che si svolge nell’ambito di una bella serata di gala è un momento molto speciale, in presenza dei finalisti e dei vincitori. Anche il lavoro e lo scambio d’opinioni con i membri della giuria è molto interessante. Inoltre le visite in azienda mi portano nelle più svariate regioni della Svizzera e mi danno l’opportunità di scoprire sempre nuovi aspetti. La visita all’azienda FRAISA mi è sicuramente rimasta impressa in modo speciale perché sono cresciuto nel paese vicino, a Soletta. Quando andavo a scuola passavo sempre davanti a questa azienda, ma non avevo la minima idea di cosa facesse. Il Family Business Award mi ha dato l’opportunità di conoscere da vicino quest’azienda e di rendermi conto di quali gioielli sa offrire il panorama industriale solettese.

 

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